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Simeone Maggiolini, il secondo da destra
Pochi giorni fa è stata commemorata la figura di Aldo Moro in occasione del trentennale dalla sua morte. Presso Torrita Tiberina, località in cui è sepolto l’ex Primo Ministro, si è tenuto un grande evento in suo ricordo, al quale hanno preso parte molti turesi: autorità locali, tra cui il Sindaco e due consiglieri comunali, e componenti del direttivo del Centro Studi Aldo Moro, tra cui Simeone Maggiolini, presidente del centro e profondo conoscitore di Aldo Moro. In seno a questa sua conoscenza, abbiamo voluto rivoglergli qualche domanda all’indomani dal ritorno a Turi.
R: Simeone,
raccontaci come hai conosciuto Aldo Moro…
D: Prima di parlarvi dell’uomo Aldo Moro visto da vicino, ed io ho avuto il piacere e l’onore di essergli stato vicino tanto a lungo da considerarlo come un secondo padre, mi sia consentito un doveroso ringraziamento. Lo rivolgo al Sindaco di Torrita Tiberina, Ilario Caprioli, ed al suo vice, Luciano Forconi, che già dall’anno scorso mi aveva espresso l’intenzione di organizzare questa iniziativa. In tale circostanza lo sollecitai a rinviarla a quest’anno, in occasione del trentesimo anniversario della tragica scomparsa di Aldo Moro. È allora che promisi la realizzazione di un’opera scultorea in onore di Moro, un’opera che è ora una realtà, grazie ad un mio concittadino: lo scultore turese Stefanino Rossi, che ringrazio pubblicamente ed ufficialmente. Ed ora passiamo ai ricordi, che per non dimenticare ho scritto in un libro pubblicato lo scorso anno. Il titolo è: “sulle orme di un uomo”, un uomo che non dimenticherò mai. Avevo 12 anni quando ho incontrato per la prima volta Aldo Moro. Era il 5 settembre del 1947. Quel giorno lo ricordo ancora come se fosse oggi. Non avrei mai immaginato quel che sarebbe stato per me: una guida, un amico, un fratello, un padre. Ci incontrammo all’università di Bari, dove era solito portarmi con sé, per togliermi dalla strada, il rettore Rafffaele Resta, che era turese come me e conosceva bene la mia famiglia.
Nel corridoio antistante la sua stanza, vidi arrivare un giovane col ciuffo bianco che mi accarezzò dolcemente il capo e mi offrì metà del suo panino. Diffidente, lo guardai, abbassai la testa e rifiutai in silenzio. Avento notato tutto, il rettore lo invitò a non insistere perché avrebbe corso il rischio che io mollassi tutto e scappassi. E così fece. Moro tornò all’attacco, ma sempre con molta discrezione, i giorni successivi finche vinse la mia resistenza e, spinto anche dalla fame, accettai l’offerta del mezzo panino che divorai voracemente in un batter d’occhio. La storia si è ripetuta come un copione per tanti altri giorni ancora. Ora avevo fiducia, e lui lo sapeva, e ne approfittò per aiutarmi a crescere anche “dentro”.
D: Qual’era il
rapporto di Moro con la chiesa e la religione?
R: Moro, prima di fare colazione, era solito recarsi in chiesa, confessarsi e ricevere la Comunione, e continuò a farlo, con uno stimolo in più: farmi entrare in chiesa e fare come lui. Anche questa volta mostrò di avere la pazienza di Giobbe. Non mi ha mai costretto, non mi ha mai rimproverato, non ha mai forzato la mano. Ha solo atteso che io capissi, che io maturassi, che io crescessi. E così è stato. ricordo che la prima volta che l’ho seguito in chiesa mi sono fermato sull’uscio. Poi, giorno dopo giorno, ho fatto qualche passo in più, finchè sono entrato e ho seguito tutto ciò che faceva. All’inizio ho abbozzato il segno della croce che non avevo mai fatto. Ho imparato a farlo osservando lui. Così come ho imparato a credere in Dio e a decidere di fare la Prima Comunione.
Quella mattina, dopo avermi comprato un paio di calze bianche da un negozio, lo accompagnai al diurno perché doveva farsi la barba. In questa occasione, su suo suggerimento, mi si avvicinò un addetto e mi chiese se volessi farmi la doccia. Oltre a non averla mai fatta, avevo paura e diffidavo. A dare una spallata alle mie riserve bastò una parola ed un sorriso del professore, come l’ho sempre chiamato. Subito dopo, insieme, nella cappella dell’Università, abbiamo seguito la messa durante la quale, insieme a lui, ho ricevuto dal sacerdote l’ostia consacrata. Era la mia prima comunione. Dopo la messa, mi baciò sulla fronte e, soddisfatto e felice, si recò dal rettore. Ed io con lui.
Gli raccontò l’accaduto e, in risposta, il professor Resta lo abbracciò dicendo: “Aldo, oggi hai salvato un’anima di Dio”.
R: Ricordi qualche
episodio particolare che ha caratterizzato la vostra vicina conoscenza?
D: Il nostro legame si era ormai consolidato a tal punto che, all’insaputa di tutti, l’ho seguito fino a Bologna senza che se ne accorgesse. Ho preso lo stesso treno ed ho viaggiato nascosto sotto un sedile per evitare che il controllore mi chiedesse il biglietto che non avevo. Alla stazione di Bologna, semidiroccata per i postumi della guerra, mi sono fatto notare. Anche in questa circostanza nessun rimprovero: mi ha salutato con un sorriso e mi ha chiesto di accompagnarlo. L’ho seguito fino ad un istituto di frati, in Piazza San Petronio, dove incontrò i professori Dossetti, La Pira, Fanfani. Un quartetto che poi venne definito giornalisticamente “i quattro professori”. Scopo del loro incontro: la Costituente.
A questa mia prima sortita ne seguirono negli anni molte altre. Ve ne ricordo una che risale al 1959. Quando avevo 28 anni. Moro era stato nominato Ministro degli Esteri. Per ricambiare in qualche modo tutti quei mezzi panini che aveva diviso con me, ero solito portare qualche prodotto tipico del mio paese. A lui faceva piacere. Quella volta mi recai nel suo studio, alla Farnesina, portando con me dei biscottini e, in un termos, fave e cicorielle che mangiò subito con gusto, destando la curiosità dell’ambasciatore Iannuzzi, presente all’incontro, al quale brevemente racconta il passato e la mia gratitudine.
Nel corso della Rivoluzione Studentesca, ricordo che, nel 1973, durante uno sciopero, si mise a disposizione degli studenti Universitari del suo corso nonostante i tanti impegni che aveva come presidente del Consiglio dei Ministri. Per consentire loro di fare l’esame di filosofia del diritto li invitò nel suo studio e li interrogò. Ricordo ancora la lunga coda che si era fermata fin nelle scale dello stabile. In quell’occasione vestii i panni del portiere facendoli accomodare uno alla volta. Ricordo anche il giorno che lo accompagnai proprio qui, a Torrita Tiberina. Era una domenica piovosa. Sul nostro cammino incontrammo una bambina che chiedeva l’elemosina. L’accompagnammo al bar dove fece colazione. Nell’attesa cercammo qualcuno che fosse in gradi di comprarle un paio di scarpe. Nonostante i pochi negozi fossero chiusi per le festività, a disposizione si mise un vigile di cui non ricordo il nome. So che vive ancora. Dovrebbe avere 92 anni. Mi piacerebbe salutarlo.
Impossibile dimenticare anche un altro episodio, all’indomani del 1973 e della aperture al Partito Comunista di Berlinguer. Erano gli anni in cui si parlava di Compromesso storico.
Al ritorno da un viaggio negli Stati Uniti, fui colpito dalla sua espressione distaccata e pensierosa. Gli chiesi cosa avesse e, con un sorriso triste, mi rispose: “Non attaccherai più i miei manifesti elettorali”. Non capii e gli chiesi perché. Mi rispose che un importante uomo di stato americano gli aveva consigliato di ritirarsi dalla vita politica. Era l’allora segretario di stato americano Henry Kissinger, un uomo molto potente anche oggi).
D: Come hai vissuto i
momenti del rapimento e della morte dello statista?
R: L’ultima volta che ho salutato il professore era la mattina del 16 marzo 1978. Era diretto a Montecitorio, sotto scorta. Il capo, il Maresciallo Leonardi, conoscendo i miei rapporti, mi invitò ad andare con loro. Ringraziai e rifiutai perché avevo un altro appuntamento. La signora Moro mi aveva chiesto di accompagnarla per portare dei pacchi destinati ai poveri. Anche se dopo non ebbe più bisogno di me. Per questo mi fermai a chiacchierare col portiere dello stabile, Teodoro.
Ero insieme a lui quando alla radio, interruppero le trasmissioni per annunciare che l’Onorevole Aldo Moro era stato sequestrato dalle Brigate Rosse, che hanno ucciso i cinque uomini della sua scorta. Mi si raggelò il sangue. Mi sentivo impietrito. Non sapevo cosa fare. Dopo i primi momenti di sconcerto, insieme a Teodoro piombai in via Fani. Davanti ai miei occhi la strage: auto con gli sportelli spalancati , 5 cadaveri crivellati di proiettili, e tanti poliziotti e carabinieri . prima di noi, sul posto, era arrivata la Signora Eleonora Moro. In tanti le erano vicino ed io ero talmente impietrito che non ebbi il coraggio di avvicinarmi per darle una parola di conforto. Ebbi però la forza di prendere dei fiori da un camioncino che era nelle vicinanze e li deposi presso i corpi delle vittime. 55 giorni dopo dal ritrovamento, in una Renault rossa in Via Caetani. Da allora sono trascorsi 30 anni. E per tutto questo tempo, il 9 maggio di ogni anno, mi reco a pregare in via Caetani. E ho continuato a frequentare casa Moro, come uno di famiglia, come mi considerava il professore Aldo Moro, un uomo che ora appartiene per sempre alla storia, e quindi a tutti.
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