
Si parla tanto, e giustamente, del lavoro precario riguardante soprattutto i giovani, ma il precariato degli anni ’50/60 dei nostri nonni e in alcuni casi dei nostri genitori era qualcosa di inconcepibile. Soprattutto i braccianti agricoli erano i peggio messi. Si andava ogni sera a ‘permètt’ e, se si trovava da lavorare bene, altrimenti si rimaneva ‘all’aspàsse’. E se succedeva che si prendeva lavoro, di solito era per pochi giorni, anche per uno, due giorni e quindi si doveva quasi ogni sera tornare in piazza a trovare lavoro. Si usciva la sera (se scennève…) e, chi non aveva il lavoro per il giorno dopo, si affrettava ad arrivare ‘o treppìzze’ ovvero allo spiazzo di Largo San Giovanni, dove i braccianti agricoli offrivano mano d’opera ai padroni che li sceglievano e pattuivano la paga giornaliera. Il lavoro era pesante anche perché durava dal sorgere del sole al tramonto, più precisamente a quando, lavorando piegati per raccogliere pietre, fascine, legna, si vedeva ‘u’ sòle da’ mènz’ e gàmme’.
Dicevamo di Largo San Giovanni, dove trovavano lavoro gli uomini. Le donne-braccianti agricole invece, che facevano dei lavori più leggeri come raccogliere la frutta, legare la paglia a mucchi, cercare spighe di grano, ‘permettèvene’ nella ‘chiàzze d’i fèmene’, attuale piazza Antico Ospedale. I padroni difficilmente scendevano in piazza per contrattare e delegavano per questo le ‘andère’, delle intermediarie che sceglievano le lavoratrici ‘chiù valìjnte’ e più tranquille. C’erano in effetti fra le donne quelle che riuscivano a ottenere una paga giornaliera maggiore facendosi rispettare di più ma quando il lavoro diminuiva, quelle che venivano soprannominate ‘le comuniste’, erano le prime ad essere licenziate. Uomini e donne difficilmente facevano lo stesso mestiere, quindi c’era la tipica divisione dei compiti della società contadina, messa in risalto dall’uso di attrezzi da lavoro diversi che gli uomini e le donne usavano.
La foto in home è tratta dalla raccolta fotografica "Turi - le immagini e la memoria 1890-1960".
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