
Quello d’u’sgger, ossia l’artigiano che riparava e creava i fondi delle sedie, era un mestiere faticoso, poco remunerativo, che richiedeva pazienza certosina e tanta precisione. Nato dalla necessità di non buttare via nessuna suppellettile domestica, u’sggèr trovava giusta collocazione durante i periodi di guerra e dopoguerra, quando il tempo era scandito solo dal sorgere e dal tramontare del sole.
Poco più che ragazzino, Antonio Ventrella (classe 1933) impara quest’arte.
Antonio, perché ha dovuto imparare a costruire i fondi delle sedie?
“Prima, non è comm’à mù. Prima i nostri genitori erano più severi e obbligavano i loro figli a lavorare fin da bambini, insegnandoli tanti mestieri. E poi mio padre, V’tucc Sk’tijdd, ha insegnato a me e ai miei fratelli a fare tante cose, come per esempio i fondi delle sedie, per occuparci la giornata durante i giorni di pioggia, quando non si poteva lavorare nei campi.”
La pagavano?
“Qualcuno pagava con dei soldi, ma nella maggior parte dei casi mi davano fiaschi di vino, bottiglioni di olio, un po’ di farina cotta e qualche fico secco. Insomma cose da mangiare. Erano importanti, perché non essendoci tanto benessere, era necessario fare la provvista.”
Oggi c’è qualcun’altro che fa questo mestiere?
“Che io sappia, no. Non credo, perché è faticoso e ci vuole tanto tempo. Per esempio, quando mi serviva la paglia, partivo da Turi col mio motorino verso le tre di mattina per andare nei canneti di Castellaneta. Una volta arrivato lì, mi immergevo con i vestiti nell’acqua fredda fino alla vita e iniziavo a tagliare con la falce l’erba. Alla fine, preparavo dei grandi fasci d’erba legati con lo spago e poi li caricavo sul mio motore per ritornare a Turi, quando ormai era quasi buio. Il giorno dopo, slegavo tutti i fasci e li stendevo per bene sul terrazzo di casa mia per farli asciugare al sole. Dopo una settimana o quindici giorni, la paglia era pronta.”
Come creava i fondi delle sedie?
“Prima di tutto preparavo il telaio di legno e poi iniziavo a intrecciare pian piano, tutt’intorno, la paglia bagnata con un po’ di acqua per non rovinarmi le mani. In un’ora e mezza il fondo era pronto.”
Antonio sei contento d’aver imparato questo mestiere?
“Era necessario farlo, però sono contento così.”
Antonio è una delle tante figure che ricordano e che si tessono nella nostra ricca cultura popolare turese, che pian piano ci sta scivolando dalle dita.
Chissà se un domani ci sarà un altro Antonio in grado di riproporre quest’arte ancestrale da salvaguardare come Patrimonio della nostra umanità.
Raccolta di foto di "Turi com'era" di antichi mestieri turesi.
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beh insomma la "diretta video" ha il suo fascino comuni... - Consiglio Comunale: il vi...
antonio tateo, ti volevo al centro in alto... - Consiglio Comunale: il vi...
Complimenti alla redazione, tuttavia cercate di risolve...
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