
L’archeologo Donato Labate, insieme a Luca Mercuri della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna, hanno diretto l’indagine scientifica, condotta dall’archeologa Barbara Vernia presso la Chiesa di San Paolo, a Roccapelago di Pievepelago. Per un necessario lavoro di restauro architettonico della struttura ecclesiastica infatti, si è resa fondamentale l’analisi dell’edificio. Gli scavi archeologici quindi disposti ed eseguiti hanno portato alla luce alcuni resti del castello medievale di Obizzo da Montegarullo, sette tombe a sepoltura multipla e, in una cripta usata come fossa comune tra il XVI e il XVIII secolo, decine di mummie con abiti e oggetti personali.
Sono stati infatti trovati circa 300 inumati, di cui un centinaio mummificati: mummie naturali che presentano ancora pelle e capelli e che sono state deposte una sull’altra, vestite con tunica e calze, avvolte in sudari con crocifissi, medagliette votive e persino lettere “componenda” per attrarre su di sé la protezione divina.
La mummificazione, come ha spiegato l’archeologo Labate e gli altri studiosi intervenuti in questo lavori di ricerca, è avvenuta spontaneamente per circa un terzo dell’intera comunità ed è stata permessa grazie a a particolari condizioni microclimatiche. Un caso unico per l’Italia settentrionale.
Il microclima creatosi all’interno della camera di deposizione ha prodotto la conservazione di alcuni tessuti e strutture legamentose o tendinee, così come sono discrete le condizioni di alcuni elementi di abbigliamento o sacchi sudario che avvolgevano i corpi. Visibili sono anche le mani intrecciate sull’addome o in atto di preghiera di alcune mummie, la presenza di anelli nuziali alle dita, abiti curati con abbellimenti, tessuti che fasciavano la mandibola per evitare lo spalancamento della bocca.
Lino, cotone e lana grezzi stampati con immagine sacre sono i tessuti rinvenuti nello scavo. All’idea di uno stile di vita povero e sobrio sono associati una serie di ornamenti sacri e profani come collane, anelli, medaglie e crocefissi in oro argento, metallo, legno, pietra e vetro di fattura essenziale ritrovati in dotazione a diverse mummie e da cui, più facilmente degli abiti, si potrà risalire alla scala sociale di appartenenza, al tipo di culto professato e allo stile di vita dei nativi del luogo.
A scavo concluso le mummie sono state trasferite al Laboratorio di Antropologia di Ravenna dove archeologi, antropologi e studiosi di tessuti cercheranno di ricostruire non solo vita, attività, cause di morte e peculiarità genetiche di questa comunità e, probabilmente, i volti stessi dei defunti.
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