Vito Di Palma: “Cento anni, un libro vivente”

Vito Di Palma

Una lunga vita tra ricordi, deportazione e lavoro raccontata da Stefano De Carolis

Tra le meraviglie di Turi da oggi possiamo annoverare anche un “monumento vivente” della Storia, uno degli ultimi testimoni diretti delle atroci vicende del secondo conflitto mondiale. Ci riferiamo a Vito Di Palma, Carabiniere a Cavallo in pensione, che lo scorso 28 ottobre ha compiuto 100 anni.

La rivelazione di questo prezioso concittadino è partita da un servizio televisivo, andato in onda durante il format “L’Ora Solare” trasmesso da “Tv 2000”, in cui il signor Vito ha ricostruito con grande lucidità i momenti salienti della sua vita che, inevitabilmente, si è sovrapposta alle pagine buie del nazifascismo.

Il servizio non è sfuggito allo storico locale Stefano De Carolis, che ha compreso la portata storica e umana di questa testimonianza, che permette di riportare all’attenzione pubblica un capitolo per troppo tempo trascurato: il destino di circa 650 mila militari italiani che, all’indomani dell’armistizio firmato dal Generale Badoglio, rifiutando qualsiasi collaborazione con i tedeschi, vennero catturati e deportati nei lager del Terzo Reich.

«Mi sono procurato il contatto telefonico di Vito Di Palma – racconta De Carolis – e, durante la piacevole chiacchierata, la figlia mi ha confidato che erano ritornati a Turi nel 2018 con l’intenzione di esaudire il desiderio del padre: rivedere i luoghi in cui aveva trascorso la sua infanzia. Purtroppo, non erano riusciti a rintracciare la masseria in cui il signor Vito era nato, concludendo che fosse stata abbattuta».

«Raccolte le informazioni utili a identificare il luogo – prosegue – mi sono messo sulle tracce della masseria che, alla fine, ho indentificato nella masseria di Giovanni Cozzolongo, in contrada “Parco la Chiesa”, a una decina di chilometri da Turi. Ho inviato alcune fotografie e Vito Di Palma, che custodisce ricordi incredibilmente limpidi, l’ha riconosciuta».

A questo punto, De Carolis ha interloquito con il sindaco Tina Resta, proponendo di inviare degli auguri speciali al nostro concittadino, proprio dal luogo che gli dette i natali: «L’idea è stata sposata subito dall’Amministrazione; così, con la collaborazione di “WebTv Puglia”, nella mattinata di domenica 13 dicembre, abbiamo girato un videomessaggio alla presenza dei familiari turesi (la famiglia Coppi), del Comandante della locale stazione dei Carabinieri, Giovanni Sacchetti, e dei colleghi dell'Arma dei Carabinieri, del sindaco e della Giunta. Un ringraziamento doveroso va al signor Giotta, proprietario della masseria oggi disabitata, che molto gentilmente si è messo a disposizione di questa iniziativa, consentendoci l’accesso».

«Dopo 80 anni – chiosa De Carolis – Vito di Palma ricorda con orgoglio il suo paese natale. Il mio personale auspicio è che l’Amministrazione si attivi per conferirgli una benemerenza civica, celebrando la vita di questo concittadino a ragione definito uno degli ultimi “libri viventi” della storia della Seconda Guerra Mondiale».

Il saluto dell'Amministrazione

La vita in masseria

A parte l’apprezzabile idea della “video-cartolina” da Turi, Stefano De Carolis non si è lasciato sfuggire l’occasione per ricostruire l’affascinante vicenda biografica di Vito Di Palma.

«Ultimo di 10 figli, frutto dell’unione di Francesco Di Palma e Antonia Cazzetta, Vito nasce il 28 ottobre del 1920 nella masseria di Giovanni Cozzolongo, presa in fitto per circa 15 anni, dal 1913 al 1929. In questo suggestivo podere di 15 ettari – racconta De Carolis – vedranno la luce tre fratelli di Vito. Prima di approdare in contrada “Parco la Chiesa”, dal 1900 al 1913, la famiglia ha vissuto e lavorato presso la masseria Orlandi, dove nascono i primi quattro figli. Successivamente, intorno al 1930, si trasferiscono presso la masseria di Aurelio Cisternino, su via Sammichele, a 3 chilometri da Turi: questa sarà l’ultima tappa della “vita agreste” della famiglia Di Palma: un paio di anni dopo, infatti, papà Francesco decide di trasferirsi in paese, anche per dare la possibilità ai figli di frequentare la scuola».

1938, la visita di Hitler

1940 - Di Palma presso la Scuola Allievi CC di RomaIn un primo momento, il giovane Vito, seguendo le orme del padre, intraprende l’attività agricola, specializzandosi come potatore. Ben presto, tuttavia, un episodio influenzerà il futuro del nostro concittadino: il 3 maggio del 1938, Hitler e i vertici del Terzo Reich giungono in Italia in visita ufficiale. Per l’occasione, Mussolini organizza una pomposa parata nel quartiere popolare di Centocelle, cui sono chiamati a sfilare 50 mila giovani fascisti, tra Balilla e avanguardisti.

«A questo corteo – ricostruisce De Carolis – partecipano anche 7 ragazzi turesi, tra cui proprio Vito Di Palma, che coglie l’occasione per visitare Roma senza spese, giacché era previsto il rimborso dei costi del viaggio e della paga giornaliera. I giovani turesi si esercitano due mesi, sfruttando il tempo libero dopo il lavoro, per imparare a marciare a passo romano con il fucile mod-91 in mano. A Roma Vito trascorrerà venti giorni ed è questo il momento in cui, probabilmente, subisce il fascino dell’ideale della Patria e matura l’idea di arruolarsi nell’Arma dei Carabinieri, seguendo le orme degli altri tre suoi fratelli, anche loro in servizio presso la Benemerita».

1940, l’inizio della carriera militare

La biografia del signor Di Palma prosegue sovrapponendosi, in un fortuito gioco di coincidenze, alle date fulcro della storia italiana.

In viaggio verso Durazzo

«Nello stesso giorno in cui Mussolini annuncia l’entrata in guerra al fianco della Germania – rileva il ricercatore turese – Vito viene chiamato per effettuare la visita medica propedeutica all’arruolamento nell’Arma dei Carabinieri. È il 10 giugno del 1940: valutato idoneo, approda alla Scuola Allievi di Roma, che all’epoca durava 5 mesi. Alla fine del corso, nel novembre del 1940, Vito si “laurea” Carabiniere a Cavallo».

«Una curiosità: nel primo periodo romano, Vito partecipa come comparsa a Cinecittà nel film “La corona di ferro”, pellicola premiata dallo stesso Mussolini.

Ritornando alla sua carriera, per qualche mese diventa il palafreniere dell’onorevole Achille Starace, successivamente svolge il suo servizio presso gli “Squadroni dei Parioli”; il 15 ottobre del 1941 viene infine dislocato sul fronte greco-albanese, andando a rafforzare lo “Squadrone Autonomo Mobilitato Carabinieri – Polizia Militare” di stanza in Albania».

1943, l’armistizio e la deportazione

«Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, iniziarono le feroci rappresaglie dei tedeschi contro gli italiani, considerati “traditori” del patto tra Hitler e Mussolini: circa 650 mila militari, impegnati sui vari fronti del conflitto, furono catturati. Ai prigionieri viene chiesto di continuare a combattere a fianco dei nazisti o con i fascisti della Repubblica di Salò; chi rifiuta di collaborare subisce la deportazione nei lager del Terzo Reich, inquadrato come IMI (Internati Militari Italiani). Difatti, attraverso un provvedimento arbitrario, Hitler priva i nostri militari delle tutele previste dalla Convenzione di Ginevra del 1929, destinandoli ai lavori forzati per sostenere l’economia nazista».

«Questa è la sorte in cui si imbatte anche Vito Di Palma, catturato in Grecia il 9 settembre 1943, stipato in un carro bestiame e deportato nel lager di Trofaiach, in Austria. Durante la prigionia, viene costretto a lavorare nell’Altoforno di Donawitz, una delle fonderie convertite ad uso bellico. La giornata iniziava alle 4 del mattino e finiva alle 9 di sera, un orario di lavoro disumano che, tra l’altro, bisognava affrontare con il sostegno di un pasto ridicolo: pochi grammi di pane nero e insipide brodaglie».

L'altoforno di Donawitz

«Stando alle testimonianze di altri Carabinieri deportati, sappiamo che erano previste anche severe punizioni per quanti, stremati dalla fatica, non si presentavano puntuali all’appello mattutino: svegliati a colpi di calcio di fucile, erano trascinati in una vasca di acqua gelida e lasciati lì per ore. Chi tentava di scappare dal lager, invece, veniva ucciso al momento o, nei casi di fuga meno eclatanti, gli aguzzini nazisti bastonavano il prigioniero per tre giorni, per poi legarlo nudo a un palo posizionato all’interno del campo. Un altro castigo atroce era quello di essere rinchiusi in una nicchia scavata in un muro: il punito veniva “tombato” all’interno, rimanendo per qualche giorno senza cibo, in una posizione innaturale e dolorosa, causata dallo spazio angusto».

«Migliaia di militari italiani perdono la vita nel corso della prigionia per malattie, fame, stenti ed esecuzioni sommarie. Vito, invece, grazie alla sua straordinaria forza d’animo, riesce a sopravvivere per due anni a questo inferno».

Gli eroi della Benemerita

Ritornando ai giorni dei rastrellamenti operati tedeschi, all’indomani dell’armistizio firmato dal Generale Badoglio, De Carolis fa una digressione sul ruolo dei Carabinieri che, in una situazione di smarrimento generale, non perdono di vista i valori a cui hanno prestato giuramento, donando la propria vita per difendere i civili.

«Mi viene in mente la figura del vicebrigadiere dei Carabinieri Salvo D’Acquisto, nato lo stesso anno del nostro Vito Di Palma, che sacrifica la sua vita in cambio della liberazione dei 22 civili rastrellati a Torre Perla di Palidoro (vicino Roma) come rappresaglia per l’esplosione di una bomba a mano che investe quattro militari tedeschi intenti a ispezionare alcune casse di munizioni abbandonate».

«Sono tante le figure dei Carabinieri che si sono distinti nell’eroica resistenza al nazifascismo: molti riuscirono a scappare alla cattura, dandosi alla macchia e rafforzando le fila partigiane; i tanti che ebbero la sfortuna di essere deportati non si piegarono all’annichilimento della vita nel lager, nonostante venisse riservato loro un trattamento ancora più spietato, giacché si erano “macchiati” della colpa di aver arrestato Mussolini».

1945, il ritorno a Turi

Anni '60  - L'incontro con il Comandante Generale MinoAll’inizio del 1945, le avvisaglie del crollo ormai imminente del folle progetto bellico della Germania sono il preludio alla liberazione dei nostri militari internati, che avviene in momenti differenti, per lo più tra febbraio e maggio.

«Vito Di Palma – riferisce De Carolis – viene liberato dall’esercito russo il 5 maggio del 1945, iniziando il suo viaggio di ritorno insieme al compaesano Salvatore Cozzologno. Partono da Tarvisio e, dopo lunghe traversie, arrivano a Turi il 22 maggio del 1945. L’odissea, durata quasi 20 giorni, è scandita da varie tappe intermedie: la prima sosta è a Pontebba (provincia di Udine), poi Forlì e, proseguendo verso Roma, arrivano a Taranto; da qui, utilizzando le Ferrovie Sud-Est, raggiungono Turi».

Cozzolongo prigionia Di Palma

Ritornato a casa, Vito Di Palma sceglie di continuare a servire l’Arma: «Si apre un’altra affascinante parentesi della sua vita: il 23 luglio del 1943 viene inviato a Taranto, nel ’46 è assegnato alla Stazione di Martina Franca e l’anno successivo lo troviamo in prima in prima linea in Sicilia, all’interno del Battaglione istituito per la lotta al banditismo e alla cattura del famigerato bandito Giuliano. Nel 1948 viene assegnato al Battaglione mobile di Bari, prosegue il suo servizio in varie città del Gargano fino al 2 giugno del 1951 quando viene trasferito alla Stazione di San Vigilio di Marebbe (Bolzano). È qui che, nel settembre del ‘53, sposerà Maria Dezi. Infine, all’inizio anni ’60 viene inviato a Roma, presso il Comando della II Divisione Carabinieri Podgara, dove concluderà la sua carriera nel 1975, dopo 35 anni di servizio».

Ultima nota di questa affascinante storia viene scritta nel 2011: «Vito Di Palma viene insignito della Medaglia d’Onore, consegnata dal Presidente della Repubblica a tutti gli italiani che erano stati deportati nei lager nazisti tra il 1943 e il 1945. Un riconoscimento che vale “doppio”: oltre a riconoscere il coraggio e l’abnegazione dimostrato verso la patria, aiuta a diradare l’oblio che ha avvolto la storia degli IMI (Internati Militari Italiani) che, con il loro sacrificio, hanno contribuito a portare la libertà e la democrazia nel nostro paese».

Fabio D’Aprile