Giuseppe Mirizzi, un anno dopo il Servizio Civile in Brasile

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Breve reportage dell’esperienza di volontariato del concittadino classe ’95, l’anno scorso operativo in una scuola di Belo Horizonte, tra speranza e miseria

«Il Servizio Civile è un servizio volontario che i giovani, dai 18 ai 29 anni non compiuti, possono svolgere a favore della solidarietà. Il Servizio Civile volontario ha una valenza educativa e formativa e costituisce un'occasione di crescita personale e professionale. Impiegare un anno del proprio tempo nel Servizio Civile offre la possibilità di aggiungere al proprio “curriculum” un'esperienza qualificante per il proprio futuro. Inoltre, il Servizio Civile rappresenta un momento unico per la crescita dei giovani, per scoprire le proprie potenzialità, per entrare in contatto con il profondo senso di cittadinanza attiva e solidarietà sociale”.

Chiarito per sommi capi, attraverso le spiegazioni riprese dal portale dell’Università degli Studi di Bari, quello che è il Servizio Civile, vogliamo adesso inoltrarci nell’esperienza maturata lo scorso anno da Giuseppe Mirizzi, turese classe 1995. Gli ultimi riverberi delle giornate natalizie rappresentano la cornice emotiva ideale per la storia che segue, in cui “donare” è l’unico imperativo.

IL PROGETTO E… LA SVOLTA

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Dopo aver completato gli studi presso l’ITIS “Dell’Erba” di Castellana Grotta (indirizzo informatico), Giuseppe Mirizzi si iscrive alla facoltà di Economia e Commercio all’Università “Aldo Moro” di Bari.

Come sei venuto a conoscenza della possibilità di svolgere il Servizio Civile?

«Tramite l’Università. Inizialmente l’idea era di svolgere il Servizio Civile presso l’Università, più nello specifico di adempierlo all’interno della biblioteca del mio corso di laurea, così che nel frattempo potessi continuare a studiare. Tuttavia, il mio nome non risultò nell’elenco delle persone selezionate per il progetto in sede e quindi non se ne fece più nulla; senonché, a distanza di un paio di mesi, l’ufficio del Servizio Civile dell’università mi invitava a riflettere sulla possibilità di occupare uno dei posti vacanti per i progetti all’estero».

Quali erano le opzioni?

«Tra i progetti all’estero disponibili, io ho scelto quello del Brasile. Le alternative erano Perù ed Ecuador».

IN UNA SCUOLA DI BELO HORIZONTE

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Quando hai cominciato e quando hai terminato?

«L’esperienza è durata da aprile a dicembre del 2019. Vitto e alloggio erano previsti nel progetto. Nello specifico, vivevo in una casa affittata appositamente per i volontari. Per quanto riguarda il vitto, a pranzo mangiavo in asilo, mentre per la cena i referenti del progetto ci davano dei soldi per poter fare la spesa».

In quale città hai vissuto?

«Ho vissuto a Belo Horizonte ma ho anche visitato alcune città storiche lì vicino; durante un weekend sono andato in una spiaggia di un altro stato brasiliano ed ho ammirato anche Rio de Janeiro».

Di cosa ti occupavi?

«Principalmente ero un aiutante di una maestra in una specifica classe di un asilo. Non mi sono tuttavia sottratto a tante altre attività, a lavori anche manuali, quando sentivo che c’era bisogno del mio aiuto. All’occorrenza, e in alcuni particolari periodi dell’anno, mi occupavo della revisione e delle traduzioni italiano-portoghese delle mail riguardanti le adozioni a distanza».

LE DUE FACCE DEL BRASILE

Su adozioneadistanza.actionaid.it, si legge che «il Brasile ha due facce. La prima è di un Paese ricco di allegria, di sole, di colori. La seconda è di un Paese che deve affrontare problemi come la fame, la povertà estrema, l'analfabetismo. La popolazione del Brasile è di circa 208 milioni di persone. Di questi, quasi il 5% vive con massimo 1,90 dollari al giorno. Significa che più di dieci milioni di persone devono fare i conti con la povertà estrema. Solo il 3% della popolazione possiede campi coltivabili mentre 4 milioni di famiglie sono senza terra. Molte altre non hanno nessun diritto sui terreni dove vivono da generazioni. Oggi in Brasile, più di 11 milioni e 800mila persone (di età superiore a 15 anni) non sanno né leggere né scrivere. Un bambino su sette non può andare a scuola perché le strutture non esistono o perché le famiglie non possono permettersi di pagare l'istruzione ai loro figli». Torniamo adesso ai sorrisi.

LA GIORNATA TIPO

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«Cominciavo il Servizio alle 09.00 e seguivo i bambini nelle varie attività, che cambiavano ogni giorno: c’erano lezioni di arte, musica, educazione fisica e capoeira, con diversi insegnanti. Inoltre, ai bambini veniva insegnato l’alfabeto, a scrivere il proprio nome, i numeri ecc. Io, ogni giorno, mentre i bambini svolgevano queste attività o giocavano, preparavo i letti per il pisolino pomeridiano che facevano in classe stessa; dopodiché alle 11.30, con le altre educatrici, si dava da mangiare e da bere ai bambini e quindi li si lasciava addormentare. Nel frattempo, dalle 12.00 alle 13.00, noi facevamo pausa pranzo. Poi svegliavamo i bambini e facevamo in modo che loro stessi mettessero in ordine lenzuoli e materassini: non poteva mancare per loro un altro spuntino, a seguito del quale si riprendeva con le attività fino alle 15.30, orario di “cena”. Orario alquanto insolito per cenare, almeno per chi non soffre la fame estrema: “Alcuni di loro – racconta Giuseppe – non avevano modo di mangiare a casa, né di lavarsi, infatti, a tutti veniva fatta la doccia da una specifica funzionaria dell’asilo; a volte, lavavamo loro anche i denti prima che rientrassero. Molte volte mi occupavo di riordinare le attività di tutti i bambini nei rispettivi quaderni e altre volte dei preparativi per le varie manifestazioni (compleanni, festa del papà, della mamma, Pasqua, Natale)».

“ARRETRATI”, MA UN PASSO AVANTI

Volendo fare un bilancio?

«Innanzitutto, con l’esperienza all’estero si comprende ciò che prova uno straniero che va a vivere in un altro Paese, con tutte le relative difficoltà. In Brasile lo straniero ero io. Lo straniero, come accade per chi si trasferisce in Italia, viene inevitabilmente visto con occhi diversi; poi, ovviamente, sussistono delle difficoltà linguistiche, delle differenze culturali.

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Detto ciò, credo che l’approccio che la maggior parte degli italiani dimostra nei confronti dello straniero sia molto diverso rispetto a quello brasiliano. Proprio il tema delle differenze culturali è uno degli aspetti che inevitabilmente mi ha colpito. C’è molta tolleranza nei confronti del diverso, anche perché il Brasile è abitato da persone di varia origine e colore di pelle; per cui, ad esempio, mi è stato detto, dopo qualche settimana, che non si notava che io fossi straniero e che potevo essere scambiato benissimo per un brasiliano.

Inoltre, ho notato che c’è tolleranza anche tra le diverse religioni, infatti convivevano sia quella cristiana che protestante. Per cui ho costatato che, mentre molte persone pensano che sia un Paese “arretrato”, dal punto di vista dei valori umani il Brasile è un passo avanti a noi occidentali e che sembra che stiamo facendo noi dei passi indietro in tal senso. Infatti, altri aspetti che mi hanno colpito sono la generosità, quella vera, quella per cui non ci si aspetta niente in cambio, il senso di condivisione e il mettersi a disposizione per aiutare il prossimo. Anche nei miei confronti, pur potendo considerarmi in un certo senso “più fortunato” di loro, offrivano a me tutto quello che potevano darmi: dal cibo a un letto dove dormire… Il materialismo sembra non far parte del vocabolario di questa gente e sembra che siano molto più felici così».

ED UN GIORNO RITORNARE…

Consiglieresti dunque ai ragazzi quest’esperienza?

«Sì, in generale, consiglio ai ragazzi l’esperienza del Servizio Civile, la cui maggior parte dei progetti si svolge in Italia presso vari enti. Si può svolgere sia dopo aver conseguito il diploma, sia dopo la laurea che durante gli studi universitari; sia in ambiti collegati con il proprio percorso di studi che non. Per cui, a prescindere, è un’esperienza che serve a crescere personalmente, a maturare ulteriormente e in molti casi introduce i ragazzi nel mondo del lavoro. Ovviamente, l’esperienza dei progetti all’estero è maggiormente sentita».

Ti piacerebbe tornare in Brasile?

«La mia idea è quella di tornarci una volta all’anno, qualora rientri nelle mie disponibilità».

E siccome sabato 9 ricorre la data del suo 26° compleanno, a noi non resta che augurare a Giuseppe di poter presto riuscire ad esaudire questo suo desiderio appena espresso.

LEONARDO FLORIO