Il 2 dicembre, presso l’Associazione Culturale Musicale “Chi è di scena?”, il Presidio del libro di Turi ha presentato l’incontro con Silvio Danese, autore del romanzo Il suono della neve, edito da Bompiani.
L’intervento dell’autore è stato preceduto dalla lettura della voce narrante di Ferdinando Redavid, dell’ultimo racconto del libro intitolato “Canzonetta” che ha come incipit “Il nostro concerto” di Umberto Bimbi, suonato dal violinista Francesco Masi .
Silvio Danese è giornalista de “Il Giorno” e critico cinematografico. È stato orchestrale, attore, insegnante, consulente della Biennale per la Mostra del Cinema di Venezia. Ha pubblicato tra l’altro “Abel Ferrara”, “L’anarchico e il cattolico”, “Anni fuggenti” e “Il romanzo del cinema italiano”.
Il romanzo è costituito da nove racconti più dieci “intermezzi” dialogati; si tratta di un libro-composizione in cui letteratura e musica si fondono perfettamente dando vita a una sinfonia di storie singole che finiscono con l'intrecciarsi tra loro.
Danese scrive il libro come musicista, dando un suono anche ai silenzi, alle pause; il suo libro ha un profondo significato esistenziale che appartiene al destino umano di tutti gli uomini.
Tra i racconti c’è quello sul rapporto nonna-nipote che verte su quello che eravamo ieri, siamo oggi e saremo domani. Nel 2034 i ragazzi suonano sul web: questo è il futuro, e la nonna ricorda con malinconia i teatri come luoghi privilegiati del far musica.
Il racconto “Il maestro” narra di un uomo arrogante che vive di musica, ne conosce perfettamente l’etica, ma non sa amare. É un uomo che sfrutta una donna: come è, dunque, possibile che si possa essere grandi musicisti senza amore?
Una madre apre il cuore alla figlia dopo una tragedia, un ragazzino si racconta in un diario.
All’interno del libro, molte sono le rime baciate, come nella canzone. Intenso, dunque, il legame tra la musica, le parole, i personaggi e i racconti. Il linguaggio è forte, perché espressivo. I suoni possono sorgere anche dal marmo e dal legno quando si ha un orecchio “bambino”, capace di ascoltare.
Il finale è drammatico. L’ultima parola “bianco” ripete ad anello la prima, e come i poeti della “Beat generation” conclude una pagina sfumata, propria della scrittura visiva, usata per raccontare storie.
La coordinatrice della sezione turese del Presidio Alina Laruccia ha chiesto allo scrittore: “Leggendo il libro si ha proprio la sensazione che ognuno possa attribuire ad ogni pagina una musica, un suono, un significato. Il libro è pieno di emozioni, ma perché questo titolo?
“Ho provato una grandissima commozione per il fatto che senza che ci conoscessimo, due musicisti abbiano scelto di rappresentare l’ultimo racconto più difficile, più arduo, più rischioso, più personale. Esso è un tentativo: la ricerca di un uomo che giunto alla fine della propria vita, sul letto di morte, ricorda gli amori della sua vita, i sentimenti, il sesso… Sono immagini un po’ forti ma fanno parte della vita.
Nel mio libro la parola si fa musica come con la canzone grazie alla rima e ciò avviene nella poesia, quando la parola tenta di raccontare.
C’è un violino perché è il diavolo che chiama il morente.
La scelta del titolo deriva dall’idea che si possa dare un suono a tutte le emozioni: anche ad un fiocco di neve che cade silenzioso sull’asfalto.”
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