Incontrare due compagni d’infanzia. Parlare con loro. E raccontarsi.
Vivono a Lussemburgo dove lavorano sodo. Si trovano a Turi con le famiglie per trascorrere le festività natalizie con i parenti. Siamo nei pressi dell’oratorio. Decidiamo di entrare per salutare don Giovanni Cipriani. Appena superiamo l’ingresso, ci immergiamo nei ricordi.
Ricordi di quasi 50 anni fa, quando a Turi come in altri paesi medio-piccoli, l’oratorio era il solo impianto sportivo praticabile. Il campo era in terra battuta, di erba nemmeno l’ombra. Le porte erano piccole con pali e traversa in ferro. E non avevano la rete. Giocavamo per ore. Potevamo gridare, discutere, anche litigare ma guai a farci scappare una parolaccia. Don Giovanni Cipriani interveniva ma non ci rimproverava, faceva una cosa peggiore: ci sequestrava il pallone. Ed era un dramma. Partita interrotta per mancanza della materia prima.
E pensare che il nostro bagaglio di parolacce era molto ridotto rispetto ad oggi. Durante la partita le parole più gridate erano “enz” (fallo di mani) e “ofs” (fuorigioco), ossia ‘hands’ e ‘offside’ adattati foneticamente alla nostra cadenza dialettale. Raramente era presente un arbitro. Era più divertente senza arbitro e senza fuorigioco. In effetti, quando dovevamo giudicare noi se fosse rigore o meno, riuscivamo a metterci d’accordo con facilità e con molto fairplay. Non essendoci le righe bianche, si giudicava ad occhio.
Un altro ricordo piacevole è legato alla composizione delle due squadre: una specie di bim-bum-bam iniziale usando una espressione violenta qual era “amà sparè” e i capitani (di solito i più forti) sceglievano i compagni, dai più in gamba ai più scarsi. Senza rendercene conto, eravamo molto sportivi, dato che giocavamo tutti, e le due squadre erano, per forza di cose, equilibrate.
Le partite potevano durare anche 3-4 ore, qualcuno doveva andare a fare i compiti e se ne andava, un altro veniva preso da un genitore ma, in compenso, arrivava a rimpiazzarli qualcun altro nuovo che aveva finito i compiti. Alla fine si arrivava a punteggi incredibili, 22 a 19, 23 pari, degni di una partita di pallavolo o addirittura di pallacanestro. Se era quasi buio e si stava in parità, i capitani si accordavano: la squadra che segna per prima un gol vince, oppure, altri 5 minuti da adesso. E andava come doveva andare. Finita la partita, sudati, sporchi e con le scarpe a volte “scapernète” si tornava a casa dove, dopo i rimproveri di rito e qualche “screffegghiòne”, si cenava.
La fame era tanta e il piatto di pasta finiva in un lampo.
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