Sabato 26 Maggio 2012
   
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SWAP, MA QUANTO MI COSTI!

Continua a tenere banco la questione degli swap, all’interno degli ambienti politici turesi. Mutui pregressi che molti Comuni hanno rinegoziato, stipulando contratti particolari con alcuni istituti di credito.

Inizialmente, a molti Comuni non è parso vero di pagare interessi ridotti sui propri mutui. E così, nei propri bilanci di previsione potevano alleggerire la voce “spese per interessi” prevedendo un risparmio notevole. La doccia fredda è giunta

nel momento in cui i tassi d’interesse hanno subito un incremento, facendo saltare quelle stesse previsioni inserite nel bilancio che dovrebbe essere approvato ad inizio anno, ma che di solito si approva in primavera inoltrata. Si è generato un debito fuori del bilancio. Ossia, pur restando il tasso d’interesse al di sotto del valore medio che il Comune si era impegnato a versare prima della stipula degli swap, tuttavia si incrementava al di sopra delle previsioni. Ed è questo ad aver prodotto il debito non previsto. Una situazione che peraltro colpisce numerosi città. Si pensi al Comune Milano o a quello di Napoli che ha contratto swap per 30 milioni di euro. Il problema è serio. Menico Coladonato, già Assessore al bilancio nella Giunta capitanata da Nicola De Grisantis è colui il quale ha rinegoziato i mutui. Gli abbiamo chiesto di raccontarci come e perché il Comune di Turi pensò alla “finanza creativa”, per dirla alla maniera del ministro Tremonti.

 

ITALIA SOTTO OSSERVAZIONE DELL’EUROPA NEL 2004

 

Cominciamo dicendo che l’ammontare del debito del Comune di Turi, stando a quanto dichiarato dallo stesso De Grisantis nel corso del comizio tenuto in piazza Orlando, era pari a circa 6 milioni di euro. Secondo De Grisantis, per il 60% circa riveniente dalla Giunta Stefanachi. Debiti contratti per investimenti. Opere pubbliche, insomma. Il tasso medio di interesse sul prestito contratto che il Comune versava alla Cassa Depositi e Prestiti era pari al 5,7%. Intorno a maggio-giugno del 2004, così come ammette lo stesso Coladonato ai nostri microfoni, il governo Berlusconi varò il Documento di Programmazione Economica e Finaziaria (DPEF). Fu emanato un decreto, cosiddetto “taglia-spese”. Il nostro Paese non rispettò i parametri fissati dai governi della Unione Europea (UE) nella cittadina olandese di Maastricht che lo vincolavano al patto di stabilità. In particolare, l’Italia presentava alla Commissione europea un deficit dei propri conti pubblici superiore al 3% del Prodotto Interno Lordo, ossia la quantità totale di beni e servizi prodotti.

 

IL DECRETO “TAGLIA-SPESE” DI TREMONTI

 

Il decreto “taglia-spese” obbligava perfino i Comuni più bravi a svolgere il compitino di mantenere a posto i propri conti, a tagliare le spese del 10%. I Comuni meno ligi al dovere, con i conti fuori posto, avrebbero dovuto tagliare nel corso del 2004, alcuni capitoli della spesa corrente per un valore del 20%. Il che, tradotto in parole povere, significa stringere i cordoni della borsa per il funzionamento della macchina amministrativa comunale e per iniziative come fiere, sagre, attività culturali, e così via. “Noi, per fortuna, avevamo rispettato il Patto di stabilità interno” – precisa Coladonato – “In realtà, eravamo intervenuti in maniera cospicua sulle entrate nel 2003 ed avevamo già approvato il bilancio per il 2004 per tempo, in modo tale che le spese che il Governo induceva a tagliare erano già state impegnate, sicché l’effetto del decreto su di noi fu minimo”.

 

UNA CIAMBELLA DI SALVATAGGIO

 

Il problema è che i tempi sono cambiati. Nel corso della prima Repubblica, da Roma piovevano finanziamenti a pioggia. Oggi, lo Stato, da diversi anni ormai, trasferisce ai Comuni sempre meno risorse. La parola d’ordine è: assunzione di responsabilità. Se i Comuni spendono più del previsto, non aspetteranno certo che mamma-Stato ripiani debiti che sono solo dell’ente locale. Dovranno aumentare i tributi. Tremonti intuì che avanti di questo passo i Comuni avrebbero bloccato le spese per investimenti. Bisognava inventare qualcosa. Ecco, la ciambella di salvataggio. Se un Comune ha un debito, può rinegoziarlo ad un tasso più favorevole. Questo, si disse.

 

ISTITUTO SAN PAOLO: AVANTI TUTTA!

 

Ancora Coladonato: “Un privato cittadino, contrae un mutuo per acquistare la propria abitazione. Dopo alcuni anni, il tasso d’interesse scende. Quel cittadino può rinegoziare il mutuo con la banca che lo ha erogato, spalmando il mutuo per diversi anni a venire rispetto alla scadenza originaria”. In pratica, pagherai per diversi anni, ma in compenso ottieni un tasso d’interesse più basso. La stessa cosa accade ai Comuni. “Facemmo una verifica. I mutui pregressi del Comune, dal 1996 sino al 2003, avevano un tasso d’interesse alto rispetto al tasso medio vigente in quel periodo. Il Responsabile dell’Ufficio ragioneria fu incaricato dalla nostra Amministrazione a contattare l’istituto di credito, il San Paolo, per rinegoziare i nostri mutui contratti con la Cassa Depositi e Prestiti”.

 

Per ora, fermiamoci qui. Il discorso è lungo e va affrontato a tappe. Questo è il quadro all’interno del quale l’Amministrazione De Grisantis si è mossa.

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