Sabato 26 Maggio 2012
   
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COLADONATO E LA STORIA INFINITA DEGLI SWAP

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In un precedente articolo, Menico Coladonato, già Assessore al bilancio nella Giunta capitanata da Nicola Degrisantis, aveva cominciato a spiegare le motivazioni di carattere generale, relative al contesto interno ed internazionale, che hanno consentito ai Comuni, segnatamente quello di Turi, di deliberare la rinegoziazione di mutui pregressi per un valore pari a 6 milioni circa di euro con un istituto di credito. Il Comune di Turi compì una verifica. I mutui pregressi del Comune, dal 1996 sino al 2003, avevano un tasso d’interesse alto rispetto al tasso medio vigente in quel periodo. Il Responsabile dell’Ufficio ragioneria fu incaricato dall’Amministrazione di contattare l’istituto di credito, il San Paolo, per rinegoziare i mutui contratti con la Cassa Depositi e Prestiti.

 

A seguito di tale indagine, un istituto di credito, “il San Paolo, se non ricordo male, che all’epoca non era ancora divenuta Banca Intesa” – prosegue Coladonato – “giunse nei nostri uffici comunali ed effettuò una verifica”. Il bilancio comunale fu sottoposto a minuziosi controlli, un vero check-up, insomma. Ne emerse una valutazione complessiva. Il motivo consisteva nel fatto che il Comune avrebbe potuto avere accesso alla ristrutturazione del debito solo a seguito di un rapporto, una valutazione positiva da parte della banca stessa.

 

All’epoca, esisteva una maniera particolare per stabilire il criteri e cifre del patto di stabilità interno, ossia numeri e cifre di un bilancio che un Comune non può e non deve sforare se non vuole incorrere in penalità da parte del Governo nazionale, per farla in breve. Si diceva che l’ammontare dell’indebitamento, è sempre Coladonato che parla, relativo ai mutui contratti nel corso del tempo, deve essere sempre in rapporto con alcune voci relative alle entrate del Comune. In particolare, le entrate fisse, stabili, non straordinarie.

 

Il rapporto risultante, dunque, tra capacità di introitare risorse fisse e valore dell’indebitamento avrebbe dovuto avere un valore pari almeno al 12%. Questo significa che il Comune è dotato di stabilità sufficiente per fronteggiare lo stato di indebitamento. Dunque, può contrarre nuovi mutui. Il Ministro della Economia Giulio Tremonti, in quell’epoca, modificò il valore del rapporto, dal 12 all’8%. Ossia, il Comune avrebbe dovuto aumentare la propria capacità di incassare e ridurre ulteriormente il proprio indebitamento.

 

In cambio, il Governo assicurava che si sarebbe accollato il 50% della ritenuta d’acconto che il Comune avrebbe dovuto pagare sugli interessi del mutuo. Una agevolazione, insomma. A quel punto, era il Comune a proporre alla Cassa Depositi e Prestiti una competizione rispetto all’istituto di credito. Ossia, se la Cassa Depositi e Prestiti avesse fatto un’offerta conveniente, il Comune non avrebbe cambiato ente erogatore del mutuo, ossia sarebbe rimasto cliente della Cassa. “In realtà, l’offerta della Cassa Depositi e Prestiti non fu conveniente; anzi, lo stesso ente ci indicò quali mutui potevano rientrare in questa ristrutturazione. E questi furono, poi, sottoposti all’attenzione della banca”. Stiamo parlando, per la quasi totalità di mutui contratti per investimenti, ossia per opere pubbliche. Ma la storia continua.

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