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Attualità

Bradisismo e scosse ai Campi Flegrei: la ricerca che chiarisce il comportamento dei terremoti

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Marta Zelioli

Negli ultimi anni l’area dei Campi Flegrei, uno dei sistemi vulcanici più complessi d’Europa, è tornata al centro dell’attenzione per l’intensificarsi delle scosse legate al fenomeno del bradisismo, il lento sollevamento e abbassamento del suolo causato dalla dinamica dei fluidi sotterranei.

Sebbene il numero degli eventi sismici registrati sia aumentato, la maggior parte dei terremoti rilevati nella caldera ha mostrato una magnitudo relativamente bassa, spesso inferiore a 3.

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Un recente studio scientifico pubblicato sulla rivista Nature Communications Earth & Environment ha cercato di chiarire le ragioni di questo comportamento. Analizzando gli eventi sismici degli ultimi anni, i ricercatori hanno individuato un meccanismo geologico che contribuisce a limitare l’intensità delle scosse, pur senza eliminare del tutto il rischio di eventi più forti in futuro.

Lo studio sui terremoti dei Campi Flegrei

La ricerca è stata condotta da un gruppo di studiosi delle università di Napoli Federico II, Padova e Vienna, che hanno esaminato 56 terremoti registrati tra il 2020 e il 2025 nell’area della caldera flegrea. Il lavoro ha integrato diversi strumenti di analisi: dati provenienti dal monitoraggio sismico, simulazioni numeriche e test sperimentali realizzati in laboratorio.

Dall’analisi emerge che solo una piccola parte dell’energia liberata nel sottosuolo si trasforma in onde sismiche percepibili. Gli studiosi stimano infatti che meno del 10% dell’energia generata dalla frattura delle rocce venga effettivamente propagata sotto forma di terremoto.

Per comprendere il fenomeno è stato sviluppato un modello che analizza il rapporto tra due fattori chiave. Il primo è lo stress drop, ovvero la quantità di energia elastica accumulata nelle rocce che viene rilasciata quando una faglia si rompe. Il secondo è la velocità di propagazione della frattura lungo la superficie della faglia.

I risultati hanno mostrato un comportamento apparentemente paradossale: quando la quantità di energia liberata è maggiore, la frattura si propaga più lentamente. Questo rallentamento è causato dal forte danneggiamento delle rocce nella zona della faglia, che assorbono parte dell’energia e impediscono lo sviluppo di fratture estese. In questo modo la dimensione dei terremoti tende a rimanere contenuta.

Il ruolo delle rocce e dei fluidi nel sottosuolo

Un altro elemento determinante riguarda la struttura geologica della caldera. Nella zona compresa tra due e quattro chilometri di profondità, le rocce sono particolarmente fragili e attraversate da fluidi di origine vulcanica. Questa combinazione favorisce la dispersione dell’energia liberata durante le fratture.

Invece di propagarsi interamente come onde sismiche, gran parte dell’energia viene dissipata nel sottosuolo attraverso microfratture e processi di riscaldamento delle rocce. Il risultato è una sorta di “consumo” locale dell’energia, che riduce l’intensità delle scosse percepite in superficie.

Questo meccanismo contribuisce a spiegare perché i terremoti legati al bradisismo dei Campi Flegrei, pur numerosi, siano nella maggior parte dei casi di entità moderata.

Un quadro che richiede comunque attenzione

Nonostante questi risultati, gli scienziati invitano a non abbassare la guardia. L’area dei Campi Flegrei resta infatti un sistema vulcanico attivo e complesso, nel quale diversi fattori geologici e idrotermali possono interagire nel tempo.

La presenza di grandi faglie sotto l’area di Pozzuoli, individuate dagli studi geologici, lascia aperta la possibilità che possano verificarsi in futuro eventi sismici più intensi, potenzialmente fino a magnitudo 5.

Per questo motivo il monitoraggio costante della caldera e lo sviluppo di modelli scientifici sempre più accurati rappresentano strumenti fondamentali. Comprendere il comportamento delle rocce vulcaniche e dei fluidi sotterranei non è soltanto una questione accademica: significa anche migliorare la capacità di valutare il rischio e pianificare strategie di prevenzione in uno dei territori più densamente abitati d’Italia.

Marta Zelioli

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