Venerdì 05 Marzo 2021
   
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“Il coraggio della fede e la forza della carità”

vescovo favale

Il messaggio del Vescovo Giuseppe Favale per la Quaresima

Carissimi fratelle e sorelle,

la Chiesa ci dà la grazia di iniziare la Quaresima, tempo forte animato dallo Spirito Santo, facendoci riascoltare l’invito del profeta Gioele che chiede – ieri ad Israele e oggi a noi – di fare una forte esperienza di Dio: “Ritornate al Signore con tutto il cuore, con digiuni, pianti e lamenti. Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male” (2,12-13). Le parole profetiche ci provocano ad un esercizio di rinnovamento e di conversione come frutto dell’incontro con Dio. Solo sperimentando la sua misericordia che fa nuovo il nostro cuore noi possiamo diventare sale della terra e luce del mondo, iniziatori di un’umanità non più schiava delle tenebre, bensì capace di dare sapore alla storia.

Con voi, in semplicità, voglio condividere alcune riflessioni che possano aiutarci a non sciupare il passaggio che il Signore farà nella nostra vita in questa Quaresima 2021. Permettete che ritorni a leggere in questo contesto con voi la pagina del Vangelo di Marco (6,30-44), che ci sta accompagnando in questo anno pastorale, offrendola come sfondo su cui impostare l’itinerario quaresimale sia a livello personale che comunitario. I versetti che consegno a voi all’inizio della Quaresima possono essere un programma per vivere intensamente questo tempo di rinnovamento e di riconciliazione con Dio e con il prossimo. Vorrei riproporre il racconto evangelico Marco in tutta la sua pregnanza perché contiene quello che la Chiesa chiede a ciascuno di noi per vivere in maniera autentica e incisiva questo tempo forte. In esso vengono evidenziati due elementi che caratterizzano il nostro cammino di fede, sempre, ma in modo particolare nella Quaresima: la preghiera e la carità.

“Venite in disparte… e riposatevi un po’”.

È il primo invito rivolto da Gesù ai discepoli. Diventa sempre più necessario ritrovare spazi di silenzio, di raccoglimento, di ascolto, di preghiera nelle nostre giornate. Conduciamo tutti una vita frenetica, sebbene questo periodo di pandemia ci abbia un po’ tutti frenati nelle diverse attività. Oggi forse siamo più abitati da un senso di angoscia e di scoramento, che spesso offusca l’orizzonte del nostro futuro. Che fare? Quale terapia intraprendere per riacquistare la “salute” interiore? Carissimi, ritengo che non ci sia terapia più efficace di questa: riposare fermandoci un po’ di più con Cristo. Poniamo il nostro capo sul Cuore del Maestro, come fece l’Apostolo durante la cena pasquale. Riscopriamo la bellezza dello stare con Lui e riappropriamoci di una intensa vita spirituale, coltivandola sia comunitariamente che personalmente. Stando con Gesù, sul Suo volto vedremo riflesso il volto del Padre (cf Gv 12,45) e gusteremo la gioia di sentirci amati da Lui. Accogliamo l’invito che ascolteremo da Gesù oggi nella liturgia delle Ceneri: “quando tu preghi, entra nella tua camera chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto” (Mt 6,6). Educhiamoci allo stare con Gesù dinanzi al Padre, mettendo a tacere le tante voci che ci distraggono e ci disorientano, per ascoltare l’unica voce che merita di essere udita. Risuoni la Parola e come seme fecondo lasciamola cadere nel nostro cuore perché porti frutto.

Stando al passo con l’itinerario liturgico della Chiesa, vi invito alla lectio divina quotidiana, proprio partendo dai testi biblici che ogni giorno ci vengono offerti dalla Liturgia. L’ascolto orante della Parola ci permetterà, con la vivacità creativa dello Spirito Santo, di fare un viaggio in noi stessi, scavando a fondo nella nostra vita, per fare emergere luci e ombre, ma sempre in vista del rinnovamento, sbocco naturale della nostra conversione quaresimale. Guardiamoci con verità, non avendo paura delle miserie, fragilità, debolezze che potranno emergere. Non vogliamo rilevarle per cadere nell’abisso della disperazione, ma per poter correre con gioia verso Colui che è Padre di bontà e misericordia. “Dobbiamo imparare ad accogliere la nostra debolezza con profonda tenerezza. Il Maligno ci fa guardare con giudizio negativo la nostra fragilità, lo Spirito invece la porta alla luce con tenerezza. È la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi. Il dito puntato e il giudizio che usiamo nei confronti degli altri molto spesso sono segno dell’incapacità di accogliere dentro di noi la nostra stessa debolezza, la nostra stessa fragilità. Solo la tenerezza ci salverà dell’opera dell’Accusatore. Per questo è importante incontrare la Misericordia di Dio, specie nel Sacramento della Riconciliazione, facendo un’esperienza di verità e di tenerezza” (Patris corde, 2). Mi piace condividere con voi questo passaggio della recente Lettera apostolica di Papa Francesco su San Giuseppe, perché mi sembra che aiuti molto bene a cogliere con quale modalità si debba vivere l’esercizio della conversione quaresimale. Se, dal confronto con la Parola, ci scopriamo non abbastanza fedeli al dono di Dio, non abbastanza forti a combattere il male, non abbastanza coraggiosi a intraprendere percorsi nuovi, non abbastanza pronti all’eroismo della carità, non abbattiamoci ma cominciamo col donare quel poco o quel molto che siamo o abbiamo al Signore e ai fratelli, e questo sarà l’inizio di un cammino che farà nuovo il nostro cuore. Proprio l’esempio di San Giuseppe ci può aiutare a vivere la nostra docilità all’ascolto della Parola. Fidandosi di Dio che gli ha parlato attraverso l’Angelo, egli ha avuto il coraggio di mettersi in gioco, nonostante il futuro fosse carico di incognite. Si è fidato di Dio e ha accolto Maria e il Bambino nella sua storia lasciando che fosse Lui, il Signore, a realizzare il Suo progetto di vita. Imitandolo, sarà il modo più vero per vivere questo anno a Lui consacrato!

“Voi stessi date loro da mangiare” (Mc 6,37)

È la risposta che Gesù diede ai suoi discepoli, preoccupati per la folla che lo seguiva desiderosa di ascoltare la sua Parola. Era ormai tardi ed era necessario attivarsi per trovare il cibo per la sera. Una preoccupazione senz’altro comprensibile: congedare la folla perché andasse per le campagne e i villaggi a comprarsi da mangiare. Dietro però c’era anche la volontà di liberarsene, perché diventava impegnativo gestire quella massa di gente che seguiva il Maestro. Egli, però, prendendoli in contropiede, li sorprese con il suo invito: Voi stessi date loro da mangiare. Venivano spronati dalla parola di Gesù ad occuparsi concretamente delle persone più che a disfarsi di loro, a prendersene cura direttamente più che sollevare il problema e poi disinteressarsene.

È un invito che oggi è rivolto a noi, in questo particolare tempo di prova causato dalla pandemia, schiacciati come siamo da tante preoccupazioni per noi e per l’intera umanità. Il cardinale Bassetti, aprendo il Consiglio permanente della CEI nello scorso mese di gennaio, ha ricordato che le nostre preoccupazioni sono causate da diverse “fratture”: sanitaria, sociale, delle nuove povertà ed educativa. Per sanare queste fratture, di cui tutti facciamo esperienza in maniera anche dolorosa, Gesù ripete a noi, come un tempo ai discepoli: Voi stessi date loro da mangiare. Non si può rimanere a guardare, e spesso giudicare, ciò che fanno gli altri. È necessario coinvolgersi in prima persona, mettendo in gioco quel che siamo e quel che abbiamo. Impariamo a donare e a ricevere i tanti doni che ciascuno può possedere. È proprio vero quel che tante volte abbiamo ripetuto: “nessuno è tanto povero da non poter donare qualcosa di sé e nessuno è così ricco da non aver bisogno del dono che può venire da un fratello o una sorella”. Certamente questo può nascere solo se si instaura una comunione profonda tra di noi, comunione fondata sulla partecipazione solidale alla grande famiglia umana, dove tutti, sperimentando la gioia di essere fratelli e sorelle, nella gratuità dell’amore sanno compiere gesti di prossimità.

Se questo è vero per ogni essere umano, di qualsiasi fede o cultura, deve essere ancor più vero per noi cristiani, discepoli di Colui che “sempre si mostrò misericordioso verso i piccoli e i poveri, verso gli ammalati e i peccatori, e si fece prossimo agli affaticati e agli oppressi” (Preghiera Eucaristica V/4). Alla luce di ciò risuonano provocanti le parole del Papa nel Messaggio per la scorsa Giornata della Pace, quando ci invita a seguire le orme del Maestro: “Al culmine della sua missione, Gesù suggella la sua cura per noi offrendosi sulla croce e liberandoci così dalla schiavitù del peccato e della morte. Così, con il dono della sua vita e il suo sacrificio, Egli ci ha aperto la via dell’amore e dice a ciascuno: “Seguimi. Anche tu fa’ così” (cfr Lc 10,37)”.

Anche tu fa’ lo stesso! È quel che significa l’invito di Gesù: “Voi stessi date loro da mangiare”! Come Lui dobbiamo farci dono d’amore agli altri, divenendo pane fragrante di fraternità, pane da spezzare per essere mangiato. Lasciamoci allora abitare dal suo sguardo, dal suo cuore, dai suoi gesti, dalle sue parole. Questa trasformazione avverrà se sapremo di stare con Lui in quella sosta di riposo a cui Egli invita i discepoli. Per questo, sempre attingendo dalla Liturgia, chiediamo al Padre, sorgente di ogni dono: “apri i nostri occhi perché vediamo le necessità dei fratelli, ispiraci parole e opere per confortare gli affaticati e gli oppressi. Fa’ che li serviamo in sincerità di cuore sull’esempio di Cristo e secondo il suo comandamento” (Preghiera Eucaristica V/4).

Questo tempo di Quaresima, pur tra le paure della crisi mondiale in cui siamo immersi anche noi, ci provoca a vivere gioiosamente l’esperienza della condivisione, senza delegare ad altri la responsabilità di dare o fare qualcosa. Iniziamo noi per primi, con il coraggio della fede e con la forza della carità, a dare ciò che siamo e abbiamo. Forse si tratterà di condividere il poco, come quei cinque pani e quei due pesci che i discepoli riuscirono a trovare, o forse si potrà donare qualcosa in più. Non importa! Ciò che conta, perché avvenga il miracolo della solidarietà, è che si dia e si dia con gioia. Ripareremo così quelle fratture di cui parlavo prima, perché solo prendendoci cura gli uni degli altri tante ferite potranno essere curate e guarite.

Chiedo perciò a voi, carissimi fratelli e sorelle, di mettere in moto la vostra creatività nel progettare a livello parrocchiale e, soprattutto, a livello personale i percorsi di guarigione di situazioni particolari, dove è necessario dare risposte concrete. Fate in modo però che al progetto segua l’azione, per non doverci limitare solo ai buoni proponimenti. In effetti, uno dei rilievi spesso sollevati nei nostri ambienti è che siamo bravi a dire parole accattivanti sulla carità, ma difficilmente arriviamo a sporcarci le mani nella prossimità.

Come ogni anno, la Diocesi mette in cantiere la raccolta della Quaresima di carità, che andrà a sostenere le opere che la nostra comunità diocesana sta realizzando a favore degli ultimi: l’accoglienza per chi non ha un tetto dove dormire, con le case che sono presenti in alcune zone pastorali; le attività di aiuto all’educazione e all’istruzione per i più piccoli; i contributi, seppur esigui, per sostenere le famiglie in difficoltà. Sono gesti concreti che la nostra Chiesa ha messo in atto e rappresentano il frutto della condivisione di tutti noi. Con ciò, oltre a dare risposte a problemi reali del territorio, si vuole evidenziare il valore dell’accompagnamento di chi è in difficoltà. È alle persone infatti che noi guardiamo compiendo il nostro servizio, e non tanto alle cose che diamo o facciamo. Anche per questo, vi chiedo di privilegiare l’incontro e l’ascolto interpersonale, pur comprendendo le difficoltà di questo periodo di limitazioni. Sappiate essere amabili e sorridenti, accoglienti e premurosi. Mai scontrosi o arroganti, distaccati o indifferenti. È questo ciò che ha più valore per far crescere la speranza in tanti cuori spenti a motivo delle prove della vita!

Carissimi, percorriamo l’itinerario quaresimale con lo sguardo rivolto al Crocifisso Risorto. A ciascuno di noi il Signore chiede di seguirlo sulla via della Croce, nel gesto del dono di sé. Per tutti noi c’è come meta l’incontro con il Risorto, che si mostrerà in tutta la Sua bellezza nella grande notte della Pasqua. Con gli occhi della fede lo vedremo e lo incontreremo nell’assemblea riunita mentre, dopo esserci riscaldato il cuore con le sue Parole, dalle sue mani riceveremo il Pane dell’Eucarestia, che è Pane dell’amore offerto sulla Croce, Pane del cammino, Pane della fraternità, Pane della comunione, Pane della vita nuova.

Sia sempre con noi, nel nostro esodo di conversione verso la Pasqua, Maria, la Madre dei dolori e della Santa Speranza, Colei che solidale con la Croce del Figlio ha avuto la gioia di essere per prima avvolta dalla luce della Risurrezione. Interceda per noi, facendoci gustare la bellezza dello stare con il Figlio, trasformandoci in pane profumato di fraternità! A Lei chiedo, in particolare, di portare consolazione a quanti nel tempo presente sono stati in vario modo toccati dalla pandemia: penso alle famiglie che hanno avuto persone care decedute, penso a chi è stato colpito dal virus e ha trascorso o trascorre lunghi periodi di degenza ospedaliera, penso agli operatori sanitari, che con grande dedizione mettono a servizio degli ammalati competenza e amore, penso ai responsabili della società civile, chiamati molte volte a decisioni difficili per tutelare il bene comune. Per tutti e per ciascuno, la Madre del Signore Crocifisso e Risorto sia sostegno e conforto!

Tutti vi benedico, mentre vi auguro una buona e santa Quaresima, pellegrinaggio di luce verso la Pasqua del Signore!

+ Giuseppe Favale
Vescovo di Conversano-Monopoli

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